La cosidetta tassa Airbnb, imposta sostitutiva al 21% sulle locazioni brevi e fortemente voluta dal precedente governo targato Gentiloni, ha per adesso deluso. La finalità di questa tassa è quella di far emergere i redditi di chi affitta case o altri immobili utilizzando siti Web come Airbnb, HomeAway e Booking.

Nel 2018, ad aderire alla misura antievasione introdotta nel 2017 sono stati 7.200 contribuenti e il capitale raccolto ammonta a soli 44 milioni di euro. La stima fatta dal governo Gentiloni parlava di un gettito annuale intorno ai 139 milioni di euro.

Fin dall’inizio, l’intenzione da parte del governo di introdurre l’imposta aveva causato l’opposizione delle grandi piattaforme online, le quali avrebbero dovuto trattenere alla fonte le imposte. Il rifiuto di applicare la legge e di versare al Fisco le somme dovute non piaceva per nulla.

Il malumore è continuato fino ad oggi, con il TAR del Lazio che ha bocciato il ricorso di Airbnb contro la cedolare secca direttamente trattenuta agli utenti. In precedenza, lo stesso TAR e il Consiglio di Stato avevano bocciato la richiesta di sospensiva del provvedimento affinché non ci sarebbe stato un pronunciamento definitivo. A più di un anno di distanza, la sentenza è arrivata qualche settimana fa. L’Antitrust, schieratasi a fianco di Airbnb, aveva espressamente dichiarato la norma lesiva della concorrenza poiché punisce in modo spropositato chi utilizza i pagamenti digitali.

La sentenza del TAR è stata appoggiata da Federalberghi, famosissimo portale, il quale ha affermato che l’anno e mezzo in cui non è stata applicata la tassa, sono stati omessi all’erario versamenti di circa 250 milioni di euro.