Secondo l’ultimo report della Commissione europea, in Grecia non sono scesi abbastanza i crediti deteriorati o NPL (Non Performing Loans). A dicembre 2018, il rapporto con i prestiti era al 43,1%, mentre la media europea è del 4,2%. Se paragonato all’altro deficitario sistema bancario cipriota, dove gli NPL sono al 20,7%, il valore è abbastanza elevato. Tutte le principali banche greche ha un NPL superiore al 40%; la sola Pireus Banck al 54,7%.

Certo, le percentuali restano ancora a livelli di guardia ma, rispetto al 2016, gli NPL delle banche della Grecia sono diminuiti del 21% grazie alle dismissioni da 16 miliardi eseguite appunto in quell’anno (che non sono comunque passate inosservate, tanto più agli occhi dell’opinione pubblica).

Rispetto ad Italia e Spagna, la maggior parte dei crediti deteriorati (circa il 57%) riguarda il credito alle piccole e medie imprese piuttosto al settore immobiliare residenziale. Sono prestiti di piccole entità, concessi ad imprese ormai defunte o marginali, il cui recupero è difficilmente attuabile.

La creazione di nuovi crediti deteriorati è elevata in confronto al resto d’Europa poiché la ripresa economica è piuttosto lenta. Nel biennio precedente (2017-2018) gli NPL nei bilanci bancari ammontavano a 20 miliardi di euro. Inoltre, il sistema bancario della Grecia è caratterizzato dalla elevata incidenza dei DTC, in gergo crediti fiscali differiti, il quale è intorno al 57% del capitale totale.

Per il 2019, la volontà è quella di attuare una riduzione di NPL di altri 17 miliardi in modo da raggiungere il valore assoluto di 64,6 miliardi (35,2% rapporto NPL/Prestiti totali). Un obiettivo ambizioso, considerando che, dopo che la parte più interessante è stata già ceduta agli investitori internazionali, l’unico problema da risolvere riguarda quello sui mutui residenziali. Purtroppo, tutto è ancora ben lontano dalla volontà dell’agenda politica dell’UE; la banca centrale del paese, nel mese di novembre, ha indicato il nuovo stringente target al di sotto del 10% per il 2021, con riduzioni nette intorno a 22 miliardi partendo proprio dall’anno in corso.