Minimizzare o far finta di nulla è un esercizio di stile che i politici europei non possono più permettersi. Il ridimensionamento delle prospettive economiche non può soltanto essere spiegato con la guerra commerciale, la protesta dei gilet gialli o dai fiumi secchi in Germania. La verità è più profonda ed insidiosa, e il pensiero generale riflette un forte stato d’ansia: un decennio dopo la crisi economico-finanziaria, l’Europa non ha più cartucce con cui sparare.

Lo stimolo fiscale è stato ridotto ad una mera rappresentazione di un debito pubblico elevato nella maggior parte dei paesi europei, la politica monetaria frenata da fattori quali il quantitative easing, che ha spinto la BCE a porre fine allo stimolo entro la fine di dicembre.

Siccome l’ombra della recessione avanza inesorabile, e paesi come la Germania rischiano pesantemente di “starci dentro”, bisognerebbe guardare oltre l’attuale limitata azione fiscale. Pare necessaria un’azione in comune di tutta l’eurozona, dal momento che un allentamento fiscale pare una soluzione efficace.

Il debito pubblico, più alto di quanto fosse in passato, ha però subito delle diminuzioni negli ultimi anni, grazie anche alla bassa percentuale dei tassi d’interesse, inferiori alla crescita economica. Alla luce di questo, i paesi economicamente più forte posseggono il necessario spazio fiscale per sostenere la crescita senza mettere a repentaglio la sostenibilità del debito. Per far aumentare la domanda, lo stimolo fiscale è fondamentale per sostenere gli investimenti e altre spese, oltre naturalmente al taglio delle tasse.

Per ciò che concerne lo stimolo monetario, appare necessaria un’azione più forte e convincente. Attualmente, l’inflazione sta scendendo al di sotto della soglia del 2% stabilita dalla BCE. La stessa banca centrale ha per adesso rinviato l’aumento dei tassi d’interesse proprio per ritardare i rimborsi delle banche, lanciando contemporaneamente delle operazioni mirate al rifinanziamento a lungo termine. Ma tutto questo basterà?