Nonostante il recente rapporto positivo, l’attività manifatturiera e il credito alle imprese bancarie statunitensi stanno rallentando. La gestione della situazione è resa molto più difficile dal declino dell’Europa, dal rallentamento dell’attività economica estera, dalla guerra commerciale con la Cina e dai cambiamenti strutturali che alterano i rapporti storici tra politica monetaria e tassi di interesse e occupazione e inflazione.

La crescita del 3% del 2018 non è stata casuale. I tagli alle tasse e l’accordo sul bilancio datato febbraio 2018, il quale ha eliminato i massimali degli stanziamenti federali durante l’anno fiscale in corso, hanno aumentato le spese dei consumatori e del governo.

L’imminente Brexit, l’uscita di scena di Angela Merkel dal panorama politico, le proteste dei gilet gialli in Francia e il governo populista italiano: tutti avvenimenti che stanno destabilizzando il panorama economico europeo, influenzando indirettamente anche quello statunitense.

In aggiunta a questo, gli onerosi regolamenti imposti dalla burocrazia e dalle politiche mercantilistiche dell’UE, i quali hanno causato perenni deficit commerciali e austerità. L’Unione europea rischia di uscirne a pezzi, in un ambiente ormai quasi privo ormai di stimoli per la crescita. Per gli USA significherebbe non poter fare più pieno affidamento sul suo più importante mercato di esportazione.

Un decennio di bassi tassi di interesse aveva stimolato i valori immobiliari e azionari negli Stati Uniti, consentendo a società in difficoltà e governi stranieri di evitare riforme che li rendessero competitivi e meno corrotti. Infine, gli strumenti utilizzati dalla Fed non funzionano più. La curva di Phillips, che classifica il tradeoff tra inflazione e disoccupazione, lampeggia rosso. Anche la disoccupazione al 3,9% e gli aumenti salariali del 3,2% offrono poche pressioni inflazionistiche.