L’aumento dello spread nelle settimane scorse comincia a manifestare i primi effetti. Le banche, per coprirsi le spalle, hanno scaricato sui clienti i rischi economici e finanziari che il Paese si è accollato. Quindi, mutui più cari per tutti.

Anche se i contraenti preferiscono il tasso fisso da quello variabile, questo non tiene lontano i timori per il futuro, diventati ormai futili, visto che i tassi continuano ad aumentare.

D’altronde, i dati rilasciati da Bankitalia non mentono: nel mese di ottobre, i tassi di interesse sui mutui, comprese le spese accessorie, sono aumentati dello 0,8%, rispetto al 2,16% del mese precedente. Non solo: nello stesso mese, è aumentato dello 0,7% il tasso dei nuovi prestiti alle società non finanziarie; nel mese di settembre, la percentuale era dell’1,45.

Questo aumento si è verificato soltanto in Italia, mentre negli altri paesi europei i tassi sono fermi e la BCE ha nuovamente rinviato il loro aumento. In molti hanno incolpato il Governo giallo-verde e la Legge di Bilancio, oggetto di diatriba tra l’Italia e Bruxelles. Una scelta commerciale certo, ma pienamente plausibile. In fondo le banche cercano di fronteggiare il maggiore costo del denaro aumentando il loro spread. Nell’attuale contesto economico-finanziario, il credito è a maggior rischio.

In mutui in essere restano invariati, il rincaro è solo per i nuovi da stipulare. Quelli dal tasso variabile sono esenti da qualsiasi rischio, considerando che i tassi di riferimento Euribor e Bce non sono influenzati dallo spread Bund-Btp. C’è però da considerare il fatto che pur non essendo direttamente coinvolti, alla fine della fiera anche questi mutui finiscono col rimetterci: spread elevato significa anche maggiori difficoltà delle banche di riuscire a reperire denaro sul mercato, con l’inevitabile rivalsa da parte loro sull’anello più debole della catena: il cliente finale.