Lo spread tra Btp e Bund torna a salire oltre i cosiddetti livelli di sicurezza. Ieri, lunedì 19 novembre, il differenziale tra i titoli di Stato italiani a dieci anni e quelli tedeschi ha chiuso a 322 punti base, ossia in netto rialzo rispetto ai già allarmanti 312 di venerdì scorso. Il rendimento dei Btp decennali è così schizzato al 3,59%, toccando dei livelli di guardia che ci rimandano inevitabilmente a qualche anno fa, quando l’Italia finì al centro della crisi dello spread.

Le banche per il momento continuano a prendere tempo, ma se lo spread dovesse continuare a navigare su questa lunghezza d’onda, rimanendo al di sopra dei 300 punti base, gli effetti sull’economia e la finanza non tarderanno più di tanto ad arrivare. Il fatto è che questo valore incide pesantemente sulla spesa pubblica del nostro paese, togliendo risorse preziose che avrebbero potuto essere dirottate su ben altre voci; ma lo spread influenza anche il mercato dei prestiti e dei mutui, che a fronte di un differenziale alto non fanno che diventare più cari.

L’Abi aveva lanciato l’allarme già diverse settimane fa, ma ora la preoccupazione generale è maggiore perché il governo, nonostante le pressioni dell’Ue, ha ribadito di non voler indietreggiare: la manovra, e quindi la causa primaria che ha portato lo spread a salire, non verrà modificata.

La linea dura del governo e lo spread in risalita stanno già cominciando a tradursi in un aumento del costo di prestiti e mutui, nonché in una minaccia per i risparmi delle famiglie, in una diminuzione degli investimenti e in un rallentamento del Pil (che come ci dicono i numeri, è già in atto). Gli investimenti sui Btp italiani dei gestori esteri sono peraltro in picchiata: a settembre, le vendite dei non residenti di Btp, sono state di 1,5 miliardi. Il che è segno che i mercati, con la direzione euroscettica e sovranista imboccata dal governo italiano, ripongono sempre meno fiducia nell’Italia.