Da un po’ di tempo a questa parte si è tornato a parlare di baratto amministrativo, ovvero di quella pratica che permette di lavorare gratuitamente per il proprio Comune per ripagare dei debiti fiscali.

Il baratto amministrativo è uno strumento introdotto in Italia nel 2014, con il Decreto Sblocca Italia, e che consente ai contribuenti che versano in un particolare stato di difficoltà economica di prestare il proprio lavoro in cambio della regolarizzazione dei propri debiti. In parole povere, con il baratto amministrativo Tizio ha la possibilità di pagare le imposte comunali come Imu, Tasi e Tari non sotto forma di denaro, ma sotto forma di lavori di pubblica utilità (per i quali il Comune avrebbe comunque dovuto pagare qualcuno).

Nonostante si tratti di uno strumento piuttosto interessante, ad oggi sono pochi i Comuni che hanno attuato il baratto amministrativo, così come si contano sulle dita di una mano i cittadini che sanno cosa sia il baratto amministrativo e come funziona.

A definire le regole di funzionamento del baratto amministrativo è sì il testo della legge, ma nella sostanza è il Comune che stabilisce le modalità tramite le quali questo strumento debba essere applicato. In particolare, il Comune ha la facoltà di decidere i requisiti da soddisfare per rientrare nella fattispecie del baratto amministrativo. Tra le realtà locali più note e importanti che hanno mosso qualche passo in questa direzione ci sono Bari e Milano, mentre Roma, nonostante siano pervenute parecchie richieste dalla cittadinanza locale, non ha mai legiferato in tal senso.

Ma perché i comuni sono tanto restii ad introdurre il baratto amministrativo nel territorio di loro competenza? La risposta è che se per i cittadini questa è un’opportunità interessante, per gli Enti territoriali non è esattamente la stessa cosa, in quanto nella gran parte dei casi i debiti che i cittadini hanno nei confronti delle casse comunali non riescono ad essere ripagati con i soli lavori socialmente utili.