Sembrava cosa fatta e invece niente: il tanto chiacchierato taglio delle pensioni d’oro è stato fermato ancora una volta. Il provvedimento che mirava a ricalcolare con il metodo contributivo tutte le pensioni superiori a 4mila euro netti al mese, cioè 80mila euro lordi l’anno, è stato affossato dalla Lega. E la cosa non è affatto piaciuta all’alleato di governo rappresentato dal Movimento 5 Stelle, che da questa misura (e da altre simili) ha tratto buona parte della sua popolarità.

Alberto Brambilla, esponente di spicca della Lega e consigliere economico di Matteo Salvini, ha spiegato che il piano messo a punto dai 5 Stelle sarebbe arbitrario e iniquo: il taglio finirebbe col penalizzare quanti hanno lavorato 40 anni o più, i lavoratori precoci, le donne che fino all’entrata in campo della riforma Fornero potevano andare in pensione 5 anni prima degli uomini, ed altri soggetti per così dire deboli. Inoltre il taglio delle pensioni più alte si sarebbe abbattuto principalmente sul Nord, scatenando non pochi malumori in quella parte d’Italia dove la Lega ottiene la stragrande maggioranza dei suoi consensi.

Insomma, un po’ per ragioni tecniche e un po’ per questioni prettamente politiche, fatto sta che la Lega ha bloccato l’avanzata del provvedimento.

Dallo studio su cui fa leva la Lega emerge che il 70% dei tagli alle pensioni d’oro, così come formulati dal Movimento 5 Stelle, ricadrebbe nel Nord Italia, dove gli assegni di anzianità sono una fetta consistente rispetto al totale. A quel punto per i leghisti sarebbe meglio spostarsi sul contributo di solidarietà, anziché procedere con un taglio vero e proprio delle pensioni, ma la proposta del contributo di solidarietà da applicare alle pensioni più alte non trova tanto concorde il Movimento 5 Stelle, che da sempre lo ritiene un provvedimento timido e troppo poco strutturato per poter funzionare davvero.