Il quarto trimestre 2017 conferma la tendenza di un aumento dell’occupazione, anche se ancora una volta si tratta di un aumento “relativo”. Il tasso di occupazione destagionalizzato è del 58.1%, in lieve crescita rispetto al trimestre precedente, ma il dato non poi così positivo è che a portare su gli indicatori sono soprattutto i contratti a tempo determinato, saliti per il settimo trimestre di fila di 108mila unità rispetto al mese precedente e di 403mila unità su base annua.

Scendono invece i contratti a tempo indeterminato, che rispetto al trimestre precedente battono quota -34mila. Le riforme che avrebbero dovuto stabilizzare il lavoro, in sostanza, si sono rivelate un buco nell’acqua. Inoltre i lavoratori a chiamata o intermittenti continuano a crescere sull’onda di un 70% circa. E crescono anche i lavori in somministrazione (+26.9% su base annua). Tutto precariato, in buona sostanza.

Il rapporto, elaborato da Istat, Ministero del Lavoro, Inps, Inail e Anpal, parla innanzitutto di una “significativa e persistente ripresa economica”, a cui però non segue un corrispettivo aumento della dinamica occupazionale. Anche l’occupazione tra i più giovani aumenta, ma lo fa solo in termini tendenziali. Viene poi definito “significativo” l’impatto che l’aumento della speranza di vita sta avendo sul mercato del lavoro, tanto è vero che i dati fotografano una crescita degli over 50 tra gli occupati, conseguenza anche dell’allungamento dell’età pensionabile.

In definitiva l’occupazione aumenta perché l’economia è in ripresa, ma l’incertezza e soprattutto l’ingente pressione fiscale che grava sul lavoro non convincono le imprese ad assumere a tempo indeterminato. Gli incentivi dati dal Jobs Act dopotutto sono finiti, e gli effetti sono ormai sotto gli occhi di tutti.