Il 29 febbraio la BCE ha emesso un nuovo finanziamento, dopo quello di dicembre, a favore delle banche e società finanziarie dell’Eurozona, pari a 529 miliardi ad un tasso simbolico dell’1%.

Anche questa volta le banche italiane hanno partecipato massicciamente all’operazione con una domanda per 100 miliardi circa, dei quali 24 sono andati a Intesa San Paolo e 12,5 a Unicredit, 6 circa a Ubi Banca, 3,5 a Banco Popolare e 3,5 a Mediobanca. Rispetto all’asta di dicembre, il numero degli istituti di credito che hanno partecipato è aumentato del 52% mentre l’importo richiesto è cresciuto appena dell’8%.

Certamente con queste due operazioni straordinarie, la Bce ha portato le banche ad acquistare i titoli di Stato periferici, permettendo tra l’altro un netto calo dei rendimenti di Italia e Spagna, che ieri hanno segnato rispettivamente in chiusura un 4,95% e un 5,09%.

Ma di certo pesa ancora l’incertezza su come, al di là degli acquisti di titoli di Stato, questa ingente massa di denaro verrà poi a riversarsi sull’economia reale dei vari paesi. Utilizzeremo la liquidità della Bce per finanziare imprese e famiglie, ha garantito Giovanni Sabatini, direttore generale dell’Abi. Ma già emergono i primi dubbi se alle parole corrisponderanno i fatti.

Perché non mancano i primi segnali che l’intenzione di molte banche non sia davvero questa. I depositi presso la Bce sono cresciuti a 776,9 miliardi di euro, il nuovo massimo storico. Un segnale quanto meno forte di avversione al rischio del sistema bancario che preferisce parcheggiare la liquidità ricevuta a Francoforte con un rendimento dello 0,25% più che riversarla sull’economia reale e prestarla sul mercato interbancario ad altre banche.

Il comportamento delle banche non è tuttavia uniforme. Sono soprattutto le banche ben capitalizzate a non avere problemi di accesso al mercato dei capitali e che possono evitare di prestare denaro a banche meno solide, per le quali la Bce rappresenta l’unica fonte di raccolta fondi.