Una tesi che odora di archivi e fabbriche, due nomi che fanno ancora rumore — Seveso e Porto Marghera — e l’incontro che cambia il passo: così nasce una storia di ostinazione civile. Trent’anni dopo, quel seme è diventato metodo, rete, risultati. E una regola semplice: l’ambiente non ha tessere di partito.
Claudia Basciu ha 51 anni, è avvocata e oggi mediatrice civile. La sua passione per il diritto nasce già sulla carta: studia due ferite italiane, Seveso e Porto Marghera, e capisce che la legge può chiedere conto all’inquinamento industriale. Proprio grazie a quella tesi incontra il Gruppo di Intervento Giuridico. È un’associazione nata a Cagliari, guidata dall’ecologista Stefano Deliperi, che da trent’anni si muove sul punto d’incontro tra cittadinanza attiva e tutela del territorio.
Hanno un vantaggio: conoscono le carte. E sanno leggerle fino in fondo.
A Seveso, nel 1976, la diossina fece scoprire all’Italia il prezzo dei protocolli ignorati. A Porto Marghera, tra cloruro di vinile e falde ammalate, la giustizia ha faticato a tenere il passo dell’industria. Sono casi che hanno spinto riforme e vigilanza. Dal Codice dell’Ambiente (D.Lgs. 152/2006) all’ingresso dei veri e propri reati ambientali nel Codice penale con la legge 68/2015: inquinamento e disastro non sono più solo parole forti, sono fattispecie. I dossier nazionali parlano ogni anno di decine di migliaia di illeciti nel ciclo dei rifiuti, nel cemento illegale, nei roghi. I numeri cambiano, la tendenza no.
Dentro questo quadro, il Gruppo ha fatto una scelta che sembra scomoda, ma è la più solida: la linea non è politica, è procedurale. Basciu lo dice chiaro: destra o sinistra cambia poco, contano i fatti. Tradotto: si parte dall’accesso agli atti, si pretendono controlli, si chiede il rispetto delle Valutazioni di Impatto Ambientale, si presentano esposti. Se serve, si arriva ai ricorsi. Una trafila noiosa? Sì. È anche quella che funziona.
Nel lavoro del Gruppo di Intervento Giuridico c’è un repertorio diventato prassi civica: monitorare bandi e delibere; verificare vincoli su coste, zone umide, foreste; mappare aree Natura 2000; segnalare cave e discariche fuori norma; chiedere trasparenza su energie rinnovabili mal pianificate. Non mancano casi in cui una lettera ben scritta ha fermato un cantiere troppo vicino alle dune, o ha acceso un faro su tagli di macchia fatti senza autorizzazioni. Non sempre si vince. È giusto dirlo: non ci sono dati certi e univoci sul “tasso di successo” delle segnalazioni, perché dipende da Procure, Regioni, Comuni. Ma il filo rosso è misurabile: più trasparenza, più controlli, meno alibi.
La neutralità qui non è equidistanza: è una presa di posizione netta a favore delle regole. Si impara presto che la difesa del paesaggio passa da moduli, PEC, sopralluoghi ordinari. Sembra poco epico, ma è terribilmente concreto. E inclusivo: chiunque può chiedere documenti, inviare foto geolocalizzate, partecipare a una consultazione. È la partecipazione civica che smette di essere slogan.
C’è anche un aspetto umano. Chi si occupa di tutela ambientale conosce la frustrazione dei “tempi della burocrazia” e la gioia minuta di un vincolo rispettato. Si vive di attese, come pescatori: a volte il filo resta molle, a volte scatta. Vale la pena continuare a lanciare la lenza?
Forse la domanda vera è un’altra: se l’ambiente è casa di tutti, quanto siamo disposti a difenderlo con pazienza, prima ancora che con indignazione? In fondo, la lezione di Basciu e del Gruppo è questa: scegliere l’imparzialità per scegliere meglio da che parte stare, ogni volta, davanti ai fatti. E ai fatti, si sa, non interessa la bandiera.