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Addio a Igor Protti: l’eroe del calcio che ha elevato Bari e Livorno, un campione dentro e fuori dal campo

Due città di mare unite dallo stesso dolore. La notizia della morte di Igor Protti, 58 anni, scava un vuoto che non è solo sportivo. È la perdita di un modo di stare al mondo: sobrio, leale, vicino alla gente.

Se dici Livorno, senti un coro. Se dici Bari, vedi un sorriso storto e una stretta di mano. Con Igor Protti, il calcio aveva un volto umano. Ha affrontato una malattia con discrezione e coraggio. Ha lasciato un esempio che resta, come restano certe domeniche di sole e sale.

In amaranto, Protti non era solo un bomber. Era un vicino di casa. Faceva solidarietà vera, senza inviti e senza luci, quando serviva. In spogliatoio portava calma. In campo portava gol. A Bari, il suo sinistro restava acceso anche nelle giornate storte. La sua lingua era semplice: correre, aiutare, segnare.

Un simbolo per due città

Gli annali dicono che fu capocannoniere in Serie A nel 1995-96 con 24 reti, spalla a spalla con Beppe Signori. Dicono anche che vinse la classifica marcatori in Serie B e in Serie C. Un primato rarissimo, condiviso solo con Dario Hübner. Sono fatti. Ma la sua grandezza si vede soprattutto nel contesto. A Bari arrivò al cuore della gente con la normalità dei gesti giusti. A Livorno, città dove iniziò e chiuse la carriera, divenne “il Sindaco” per acclamazione popolare. Guidò la risalita, passo breve e testa alta, fino al ritorno in Serie A dopo oltre mezzo secolo. Non servono enfasi: serve ricordare quante volte ha tenuto in piedi la squadra, anche quando le gambe pesavano e lo stadio Armando Picchi ruggiva.

Una scena tra le tante. Partita sporca, pioggia a vento, pallone che schizza. Protti non fa il numero. Anticipa il difensore, stop di petto, tocco secco. Uno a zero. Poi, mano che chiede scusa se l’esultanza è troppo. E subito lo sguardo ai compagni, come a dire: ripartiamo. È un calcio semplice, che oggi sembra raro.

Il calcio come comunità

La parola che torna è “responsabilità”. Protti la declinava in gesti piccoli. Visite dove non arrivano i riflettori. Raccolte fondi per chi aveva perso tutto in un attimo. Iniziative locali senza comunicati stampa. Non ci sono numeri ufficiali che riassumano questa parte della sua vita, e va bene così. Il valore è nella memoria di chi c’era. Il resto sono etichette: “bandiera”, “capitano”, “uomo squadra”. La sostanza è che, per molti, la sua generosità era più grande delle sue reti.

Chi prova a raccontarlo si affida a dati verificabili e al dettaglio che non mente: la maglia sudata, il rispetto per l’avversario, la scelta di non alzare mai la voce fuori posto. Il suo curriculum tecnico è robusto. La sua eredità morale, però, pesa di più. È lì che Protti ha davvero “portato in paradiso” Bari e Livorno: nella possibilità di riconoscersi in un calcio che non umilia e non inganna.

Oggi, nello stesso mare, due città salutano un uomo che ha dato forma alla parola “appartenenza”. Resta un’idea semplice e ostinata: il talento senza valori non basta. E una domanda, per chi scende in campo o riempie le curve: quanto conta ancora, nel frastuono di adesso, quel gesto lento e preciso di chi pensa prima agli altri e poi a sé?

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