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Categories: Attualità

Andreas Seppi contro la Federtennis: l’accusa di mancanza di rispetto umano

Un campione abituato al silenzio sceglie la parola. Dopo una vita di tennis e una nuova voce in tv, Andreas Seppi rompe l’aria rarefatta del circuito e chiama le cose per nome: quando finisce una carriera, conta il rispetto prima dei protocolli.

C’è chi al tennis ha dato regali fragorosi. E c’è chi lo ha nutrito ogni giorno. Andreas Seppi appartiene alla seconda specie. Sessantasette partecipazioni agli Slam, di cui 66 consecutive. Un record di costanza che parla da solo. Ex numero 18 del mondo. Tre titoli ATP. Una notte a Melbourne nel 2015 in cui batté Roger Federer e mise l’Italia davanti al mondo. Poi il ritiro, una pausa per la famiglia, e adesso il ritorno come commentatore al Roland Garros su Eurosport. Voce calma, sguardo tecnico, zero fronzoli.

Lo ascolti e ritrovi il suo modo di stare in campo. Frasi nette. Ritmi uguali. Una lettura pulita dei punti chiave. È il Seppi di sempre: affidabile, concreto, mai sopra le righe. Eppure, sotto questo tono pacato, cova una ferita che non si rimargina con le statistiche.

Chi è Seppi, oltre i numeri

Viene da Caldaro, Alto Adige. Lingua doppia, identità solida. Allenamenti in silenzio, chilometri di gavetta, lunghi anni di Coppa Davis senza titoli da prima pagina. La sua forza è sempre stata la continuità: arrivare, giocare, reggere. Il suo tennis ha un odore di fatica onesta. Non c’è genio capriccioso, c’è metodo.

E proprio per questo il suo ritorno in tv ha il sapore della coerenza. Seppi spiega senza semplificare. Usa parole quotidiane per raccontare letture complesse. Non spettacolarizza, mette ordine. È un servizio al pubblico. E suona vero.

Lo strappo con la Federtennis

A metà strada, però, arriva il punto centrale. Seppi ha accusato la Federazione Italiana Tennis e Padel (FITP), la storica Federtennis, di una cosa semplice e pesante: mancanza di rispetto umano. Ha detto di essersi sentito preso in giro. Il nodo, ricostruito in più interviste, è legato al finale di carriera: nel 2022 non gli sarebbero state concesse wild card per i tornei italiani di Firenze e Napoli, dove avrebbe voluto salutare in campo. La linea ufficiale, allora, parlava di spazio ai giovani. Un principio legittimo. Ma, per Seppi, il modo e i tempi hanno lasciato il segno.

Qui non è questione di diritti scritti. È questione di gesti. Quando un giocatore con 67 Slam, un posto fisso in nazionale e vent’anni di servizio chiede un congedo in casa, il tennis ha spesso trovato una stretta di mano simbolica. Un tabellone aperto, una cerimonia, due parole al microfono. Non risulta che sia andata così. E questo, nel racconto di Seppi, brucia più della sconfitta di un primo turno qualunque. Non ci sono altri dettagli ufficiali nuovi rispetto a quelli già noti, e questo silenzio non aiuta.

La vicenda tocca un tema largo: come si ringraziano i professionisti che tengono in piedi lo sport quando le luci non sono loro? La Federtennis oggi racconta un movimento in crescita, con campioni che vincono e trascinano. Bene. Ma proprio qui serve memoria. Il presente fiorisce anche perché c’è stato chi ha arato il campo d’inverno.

Seppi oggi racconta match altrui e rimette passione dove c’è stata disciplina. Forse la domanda resta semplice e scomoda: nel tennis, come nella vita, quanto vale un “grazie” dato nel momento giusto? Io immagino una rete al tramonto, due giocatori che si stringono la mano, e il pubblico in piedi non per il punteggio, ma per la misura degli uomini.

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