Affitti alti? Uno studio europeo dimostra che c’è un forte impatto sulla salute mentale

Capita di fare i conti a fine mese col cuore in gola: affitti che mordono, bollette che salgono, piani che slittano. Ma quello che non si vede, spesso, è il prezzo pagato dalla testa: il pensiero fisso della casa che diventa rumore di fondo, giorno e notte.

Affitti alti? Uno studio europeo dimostra che c’è un forte impatto sulla salute mentale. In molte città europee un normale bilocale mangia la busta paga. In alcune aree, l’affitto può assorbire oltre l’80% del salario mediano. Non è solo un fatto di portafoglio. È la vita quotidiana che si restringe. Tagli la palestra, rimandi una visita, rinunci a un treno per vedere un amico. E inizi a dormire peggio.

persona molto stressata
Affitti alti? Uno studio europeo dimostra che c’è un forte impatto sulla salute mentale – contocorrenteonline.it

Un’analisi europea pubblicata a fine gennaio 2026 è netta: la casa non è più soltanto un tema sociale. Diventa un fattore di rischio per la salute mentale. Già prima lo si intuiva. Oggi i numeri lo confermano e lo amplificano.

I più esposti sono i giovani. Hanno redditi più bassi e meno cuscinetto quando i costi della casa salgono. I dati ufficiali dicono che circa il 10% tra i 15 e i 29 anni vive un vero sovraccarico di spese abitative, contro l’8% della popolazione totale. Il divario si allarga in alcuni Paesi. In Danimarca, quasi il 29% dei giovani è sotto pressione, a fronte del 15% degli adulti. Nei Paesi Bassi, 15% contro 7%. Intanto, dal 2010, i prezzi delle case sono cresciuti del 55,4%. Gli affitti del 26,7%. La forbice è lì, lucida e tagliente.

Immagina una scelta semplice, ripetuta ogni mese: risparmiare sulla spesa, o sul riscaldamento. Oppure accettare una stanza in più, ma lontano da tutto. Lo chiamano “adattamento”. In realtà è stanchezza accumulata.

Quando l’affitto ti entra in testa

Medici e clinici avvertono: stress cronico e insicurezza abitativa alimentano ansia e depressione. “Quando la casa è insicura, la mente resta concentrata sulla sopravvivenza”, spiegano gli specialisti. Non è una colpa personale. È una risposta naturale a condizioni che negano stabilità. E non basta dire “tirate la cinghia”. Le generazioni precedenti non hanno vissuto la stessa spinta sui canoni. Servono strumenti nuovi per spezzare il ciclo.

Se ti è successo di trattare con il proprietario per un aumento “inevitabile”, o di contare le notti sul divano di un amico, conosci quella sensazione. Non è solo preoccupazione: è il corpo che resta in allarme. Che toglie spazio alla creatività, alle relazioni, persino alla memoria.

Bruxelles ha messo sul tavolo un primo piano europeo per l’edilizia accessibile. Più finanziamenti. Regole sugli affitti brevi. Rientro degli immobili sfitti sul mercato. Formazione per la manodopera. Misure contro la speculazione immobiliare. È un inizio concreto. Ma gli esperti sono chiari: non basterà senza un sostegno diretto a chi vive insicurezza abitativa. Servono percorsi rapidi di supporto psicologico, strumenti digitali certificati, servizi di prossimità. E una rete che intercetti subito chi scivola.

Nel frattempo, piccoli gesti possono cambiare l’inerzia. Trasparenza nei contratti. Sportelli casa nei comuni. Collettivi di inquilini che negoziano. Datori di lavoro che aiutano con alloggi-ponte. Non risolvono tutto. Aprono un varco.

Alla fine la domanda è semplice, ma impegnativa: che cosa vogliamo che una “casa” sia, oggi? Un costo da reggere finché non crolli, o uno spazio che ti fa respirare? La risposta, anche se non arriva domani, comincia da come decidiamo di viverci dentro, insieme. E da quanto siamo disposti a pretendere che quel tetto, più che un numero, torni a essere un luogo. Con luce. E pace.

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