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Attualità

Attenti ai distributori fantasma: ecco perché lì la benzina costa meno

Allarme sui cosiddetti distributori “no logo”. Dietro i prezzi più bassi, spesso si nasconderebbero pratiche illecite.

Taglio delle accise promesso e poi rimosso. Abbastanza per scatenare una polemica che non coinvolge solo la classe politica ma anche l’opinione pubblica.

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Perché, in fondo, il vero sacrificio è di chi si reca a fare rifornimento sulla base di stipendi normali. O addirittura più bassi della media. In un momento storico in cui, in modo fin troppo repentino, gli indicatori di prezzo dei distributori di carburante hanno nuovamente disposto le cifre fino a formarne una complessiva molto vicina ai 2 euro. Tanto per la benzina quanto per il diesel. E persino il gas ha iniziato a essere ritoccato al rialzo, rendendo estremamente affascinante la prospettiva di recarsi al lavoro con i mezzi pubblici. Ma non in un’ottica di sostenibilità, quanto di risparmio vero e proprio sui costi del carburante. Il problema è che il rincaro sui costi del carburante crea i presupposti non solo per la polemica ma anche per alcune zone franche, nelle quali risulta difficile distinguere una reale prospettiva di risparmio da un fenomeno illecito.

Nei giorni scorsi, in Commissione parlamentare di inchiesta sulle mafie si è discusso del fenomeno delle cosiddette “pompe bianche”. Un fenomeno che coinvolge distributori di carburante senza insegna che, in buona sostanza, erogano benzina o diesel mancando di esibire un qualsiasi logo. A prezzi fortemente ridimensionati, concorrenziali, al di fuori delle attuali logiche di mercato. Prezzi che, però, non costituiscono un risparmio reale. Piuttosto, un favore indiretto a condotte evasive da parte di organizzazioni criminali. Attenzione dunque, perché fare rifornimento in un distributore senza logo non rappresenta una buona soluzione. E per evidenti motivi.

“Pompe bianche”, come funziona il fenomeno dei distributori senza logo

Non solo pratiche evasive ma anche altre tipologie di illecito costellerebbero il fenomeno delle cosiddette “pompe bianche”. Secondo quanto emerso in commissione, infatti, un prezzo più basso del carburante implica la provenienza dello stesso da Paesi esteri attraverso carichi di contrabbando. Gli stessi che, una volta varcato il confine, vengono diretti verso depositi di piccole-medie dimensioni. Si tratta di impianti di stoccaggio di capacità non superiore alle 3 mila tonnellate. Soglia che consentirebbe al gestore di eludere l’obbligo di utilizzo del sistema Infoil, collegato ai database della Guardia di Finanza e dell’Agenzia del Demanio. In pratica, mentre i distributori maggiori subiscono sovente controlli anche serrati nei vari depositi di stoccaggio, questi riuscirebbero a sfuggire alla lente. Persino a quella del Fisco, visto che mancherebbero persino i versamenti di accise e dell’Iva.

Tale carburante viene quindi destinato ai distributori prive di logo. Le cosiddette “pompe bianche”, appunto. La mancata regolarità fiscale si traduce in cartellonistiche con prezzi più bassi e, apparentemente, appetibili per un automobilista. Va però precisato che non tutte le stazioni di servizio rientranti nella categoria “no logo” fanno parte del giro illegale. Attualmente, sul territorio italiano se ne troverebbero circa 6 mila. In commissione è comunque emerso che i principali illeciti del settore della distribuzione del carburante si concentrano in queste tipologie di esercizio. Molte di queste, infatti, sarebbero gestite dalla criminalità organizzata, che ne utilizzerebbe i proventi per l’acquisto di altri depositi di stoccaggio. Secondo la Federazione italiana gestori impianti stradali carburanti (Figisc), i carburanti importati illegalmente sarebbero il 30%, per un costo allo Stato di 13 miliardi l’anno.

Published by
Damiano Mattana