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Lavoro e pensioni

Aumenti delle pensioni, per i “ricchi” l’attesa continuerà fino a marzo

Gli effetti della rivalutazione con conseguenti aumenti delle pensioni non arriveranno prima di marzo. Il Governo ha variato il modulo di perequazione e, di conseguenza, si è accumulato ritardo.

I percettori di trattamenti di importo superiore a quattro volte il trattamento minimo dovranno aspettare ancora la rivalutazione delle pensioni.

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Il meccanismo di perequazione è scattato il 1° gennaio unicamente per i trattamenti inferiori a quattro volte l’assegno minimo. Tutte le pensioni più “ricche” verranno rivalutate da marzo seguendo le nuove fasce stabilite dal Governo Meloni. Occorrerà attendere, dunque, il terzo cedolino dell’anno per conoscere gli effetti del ricalcolo basato sull’inflazione e il costo della vita fissato dall’ISTAT. L’importo sarà più alto anche perché verranno erogati anche gli arretrati di gennaio e febbraio. Il ritardo è legato ai tempi stretti intercorsi tra la definizione del nuovo sistema di calcolo e l’elaborazione del cedolino pensionistico. Da qui lo slittamento a marzo che desta preoccupazione per i pensionati. In realtà non devono tanto preoccuparsi della data di inizio della rivalutazione quanto dei soldi che si perderanno con il nuovo sistema.

Aumenti delle pensioni da marzo ma con importi inferiori di quelli preventivati

Il cambiamento voluto dal Governo ha modificato gli scaglioni legati alla perequazione applicata in base al cumulo dei redditi. Il 100% della rivalutazione spetta – giustamente – ai percettori con trattamenti inferiori a 4 volte il trattamento mimino. Questi potranno contare, poi, su un’ulteriore maggiorazione dell’1,5% attiva per il 2023 arrivando, così, ad una percentuale del 101,5%. Un incremento ancora maggiore per gli over 75 grazie all’ulteriore innalzamento fino al 6,5%.

Per gli assegni tra le quattro e le cinque volte il trattamento minimo, invece, la rivalutazione sarà dell’85%. Tra cinque e sei volte del 53%, tra sei e otto volte del 47%, tra otto e dieci del 37%, oltre dieci volte il trattamento minimo del 32%. Di conseguenza la perequazione effettiva andrà dall’8,910 per le pensioni più basse al 2,336% per i trattamenti superiori a 5.253,81 euro.

Tradotto in cifre, con una pensione di tremila euro si percepirà un aumento di 116 euro (invece di 208 seguendo i vecchi criteri). Chi ha un assegno di 6 mila euro noterà un aumento di 140 euro (invece di 373). La differenza c’è, non si può negare, ma confrontando con gli aumenti dei pensionati che campano con poco più di 500 euro – 572 euro o 600 se over 75 – meglio prendere quanto spettante e non pretendere di più.

Tasso di inflazione, a quando il conguaglio

Il tasso di inflazione provvisorio è stato definito del 7,3%. A novembre, infatti, non si conosceva il dato reale ossia 8,1%. Una differenza dello 0,8% che andrebbe ad incidere sugli aumenti delle pensioni se venisse applicata. Quando accadrà? Inutile sperare che il tasso di inflazione definitivo venga applicato nei prossimi mesi. Secondo la Legge, infatti, occorre attendere il Decreto che potrà essere pubblicato a novembre 2023. Esattamente come è successo nel 2022 per il conguaglio dello 0,2% (differenza tra tasso provvisorio dell’1,7% e quello definitivo dell’1,9%) erogato negli ultimi mesi dell’anno.

Published by
Valentina Trogu