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Lavoro e pensioni

Pensione di reversibilità dopo il decesso di uno dei genitori, a chi spetta e quanto si riceve

Ripartizione della pensione di reversibilità dopo il decesso di uno o di entrambi i genitori: a chi spetta e in quale misura.

La morte di un genitore o di entrambi è un momento doloroso della vita per tutti ma è anche la fase in cui si devono affrontare le pratiche legate alla successione tra gli eredi. In questo articolo ci soffermiamo sulle prestazioni pensionistiche che spettano al congiunto e ai figli.

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Gli enti previdenziali come INPS o cassa professionale cui era iscritto il deceduto sono tenuti ad erogare ai superstiti parte degli importi, sia se la persona venuta a mancare al momento della morte stava ancora lavorando e versava i contributi sia se già beneficiava della rendita pensionistica.

Decesso di entrambi i genitori: come si ripartisce la pensione di reversibilità

In entrambi i casi gli eredi hanno diritto al percepimento di un reddito, volto a garantire loro una certa continuità visto che il decesso provoca nella famiglia il venir meno di un sostentamento economico.

Sia l’Inps che le casse previdenziali dei liberi professionisti emettono due tipo di prestazioni a favore dei congiunti: la pensione ai Superstiti o un’indennità una tantum per decesso. La prima può venire erogata in due modi: come pensione indiretta ai superstiti quando la persona deceduta era un lavoratore attivo, e la pensione di reversibilità alla quale hanno diritto i congiunti del deceduto già in pensione.

Ambedue le prestazioni prevedono le stesse condizioni e le possono ricevere:

  • Marito, moglie o il partner nel caso di unione civile. Essi ricevono la pensione del congiunto a vita che corrisponde al 60% del maturato;
  • Figli a carico non ancora maggiorenni in proporzione rispetto al loro numero. I figli hanno diritto a ricevere parte della pensione genitoriale fino ai 21 anni di età se sono studenti di scuola superiore e non percepiscono un reddito; fino ai 26 anni se studiano all’università e non hanno reddito. I figli inabili al lavoro ricevono il contributo pensionistico per sempre indipendentemente dalla loro età nella misura del 20%.

L’erede inabile al lavoro, per un problema fisico o mentale ha diritto alla riscossione della pensione del genitore a vita in quanto le sue condizioni non gli permettono di lavorare e di produrre un reddito utile alla sopravvivenza.

Se sono presenti più figli, ad esempio due, spetta loro il 40% della quota che va suddivisa in parti uguali: 20% al figlio inabile, quota che riscuoterà per tutta la vita, e 20% all’altro figlio. Per lui però il contributo decade nel momento in cui non sarà più a carico e al compimento dei 21 o dei 26 anni di età.

Figlio inabile e assegno

Le cose cambiano ulteriormente se poi in futuro passa a miglior vita anche l’altro genitore. In questo caso al figlio inabile spetta il 70% della quota delle pensioni di entrambi i genitori. Ad esempio se i genitori avevano una pensione di 1000 euro ciascuno egli riceverà 700 euro da quella materna e 700 euro da quella del padre.

Se il soggetto inabile ha un fratello di età inferiore ai 26 anni il contributo pensionistico stanziato sarà pari all’80% della pensione dei genitori, quindi ognuno di loro riceve il 40% cioè 400 euro mensili. Nel momento in cui il fratello supera l’età perde i suoi diritti e il figlio inabile torna a percepire una quota pari al 70% della pensione genitoriale per tutto il perdurare della sua vita.

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Marco Caccia