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Crisi politica, il malanno cronico che non fa bene all’economia

Esecutivi che vanno e che vengono: la crisi di governo è una costante della politica italiana. E i conti ne risentono.

Fonte: Pixabay

L’ultima volta fu in estate, agosto per la precisione. Tanto che il già allora premier Giuseppe Conte lo fece notare a colui che l’aveva innescata, Matteo Salvini. Sembra un secolo fa ma è passato solo poco più di un anno. Il presidente del Consiglio è ormai da un pezzo al Conte II e i 12 mesi appena passati sono stati così intensi da essere parsi almeno il doppio. Ed ecco che, ancora in piena pandemia e in acceso dibattito fra Recovery e Ristori Quinquies, arriva il patatrac. Stavolta non è il primo partito d’Italia ma la forza minore della maggioranza. Il bello (anzi, il brutto) è che a conti fatti non cambia assolutamente nulla.

Cambia il contesto, questo sì. La società italiana è diversa rispetto all’agosto del 2019, quando finì l’esperienza del governo gialloblu. Di mezzo c’è stato e c’è ancora il coronavirus, ci sono stati i mesi di lockdown e la consapevolezza di esserne stati cambiati dentro.

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Crisi politica, il malanno cronico che non fa bene all’economia: 131 governi in 160 anni

Forse è proprio il quadro generale, ancora di piena emergenza, che non ha aiutato gli italiani a comprendere fino in fondo cosa sia accaduto. Né, tantomeno, quale sia la strada giusta per uscirne. Interessante notare come i primissimi sondaggi dicano che di elezioni non ci sia poi questa gran voglia. Ma questa è un’altra storia. Quello che preme far notare è che la crisi politica, puntuale ogni qual volta vi siano argomenti divisivi in una maggioranza-patchwork, non è quel che si dice una pillola per il mal di testa.

Anzi, l’instabilità politica, che poi è una costante incredibile per gli esecutivi italiani, è quell’elemento decisivo che costringe ogni volta il tessuto economico a riaggiornare le proprie prospettive di crescita in senso negativo. O comunque più guardingo rispetto a una fase di legislatura solida. A pensarci bene non è un’addizione difficile. Se poi si pensa, come fa giustamente notare InvestireOggi.it, che in 160 anni di unità italiana i governi cambiati sono 131, i conti tornano. In pratica, l’Italia marcia a una durata media dei propri governi (escluso il periodo fascista) di 13 mesi circa.

Senza risalire al secondo governo Berlusconi, per ironia della sorte l’esecutivo di più lunga durata fra quelli recenti fu proprio quello di Matteo Renzi: 1024 giorni in carica, quasi tre anni, concluso con l’amaro referendum del novembre 2016. Da lì, e anche da prima, un’altalena impressionante che parla di ben 12 premier per 17 governi negli ultimi 30 anni. Questo significa che non solo manca il tempo materiale per impostare vere e proprie riforme in grado di fornire all’economia italiana delle prospettive di crescita a lungo termine ma anche la possibilità che sia una strategia.

Tralasciando l’epoca Covid, i freddi numeri parlano più di tutto: occupazione giovanile al 25% (ampiamente sotto la media europea) e debito pubblico da record ormai da qualche anno. D’altronde “stabilità” non è una parola detta a caso.

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Damiano Mattana